I documenti di cui era in possesso il comandante della 3 a Banda GL della Val Maira, il verzuolese Alessandro Quagliotti, già sottotenente della fanteria carrista, risalgono all’aprile 1945.
Alcuni sono anteriori alla liberazione del centro principale della vallata Dronero (tardo pomeriggio del 26 aprile) e contengono le disposizioni del Comando della 2 a Divisione “Giustizia e libertà” sul comportamento da tenere nei confronti dei partigiani che si erano sbandati durante il terribile inverno, dei carabinieri e delle truppe francesi che si pensa scenderanno nelle vallate cuneesi nei giorni dell’insurrezione.
L’ultimo foglio d’ordine è del 28 aprile e stabilisce la condotta che i partigiani devono seguire in Dronero ormai liberata.
Per riammettere in banda quanti l’hanno lasciata dopo il proclama del maresciallo Alexander che annunciava la fine dell’avanzata angloamericana e invitava i partigiani a “tornare a casa” la condizione è che abbiano nascosto le armi, non le abbiano consegnate alle autorità fasciste, tanto meno abbiano prestato servizio lavorativo per gli occupanti o peggio si siano resi responsabili di delazione.
Il problema dei carabinieri
Ancora il 17 aprile «Per quanto riguarda il problema dei Carabinieri che si trovano nelle formazioni il CMRP chiarisce la sua posizione.
Nulla vieta che i carabinieri, date le loro specifiche capacità professionali siano, all’atto dell’insurrezione nazionale raggruppati in un corpo speciale avente compiti di polizia.
Tale iniziativa spetta però esclusivamente al comando del C.V.L. Pertanto devono essere smentite tutte le voci che parlano di una ricostruzione del corpo dei carabinieri ad opera di uomini od organismi che sono al di fuori del **C.V.L.».
All’atto dell’armistizio dell’8 settembre 1943 erano presenti in provincia 1147 carabinieri reali agli ordini del maggiore Mario Testa:
12 ufficiali, 163 sottufficiali, 893 carabinieri semplici distribuiti fra 91 stazioni.Reali vuol dire fedeli al re, a cui hanno giurato fedeltà. Dovrebbero schierarsi dalla parte di Badoglio, contro gli invasori tedeschi e le forze fasciste, non appena si costituirà la Repubblica sociale, annunciata da radio Monaco il 18 settembre.
Il maggiore Testa è decisamente un reazionario: il 26 agosto era stato a Verzuolo per arrestare i presunti capi dello sciopero nei reparti segheria e pastalegno, incarcerarli e deferirli al Tribunale militare di Torino.
Quando il 19 settembre il comandante della stazione di Boves lo informa via telefono che i partigiani della val Colla hanno rapito due soldati tedeschi, lo comunica immediatamente al comandante delle SS Joachim Peiper che si precipita a Boves con carri armati e lanciafiamme.
È il primo massacro di civili della provincia, nonostante la restituzione dei prigionieri.
D’accordo con il capitano della caserma di Alba Antonio Corvaja, Testa arresta i padri dei giovani che non rispondono al bando Graziani per l’arruolamento nell’esercito repubblichino.
A Fossano il maresciallo Pittalis l’11 settembre aveva sparato a un evaso del carcere di Santa Caterina, pensando che fosse un delinquente. Era invece un partigiano jugoslavo.
La stazione di Bene Vagienna aveva invece bloccato antifascisti italiani come Emilio Sereni e Italo Nicoletti, riportandoli in prigione.
Pittalis e i suoi agivano in buona fede.
Testa invece, come i tedeschi, considera i partigiani banditi e quando apprende da Corvaja che in valle Belbo è salita una squadra di portuali savonesi, va ad affrontarla.
Il 17 dicembre a Bosia in uno scontro cadono Testa, Corvaja e il comandante della banda “Stella rossa”.
Alla morte di Testa si accompagna un altro fatto che cambia l’atteggiamento dei carabinieri: l’8 dicembre 1943 con Decreto legislativo Mussolini sopprime l’Arma, o meglio la fonde con la Polizia coloniale rientrata dall’Africa e la Milizia fascista.
Nella nostra provincia la milizia ha più ufficiali dei carabinieri, ben 66, ma meno militi.
Per compensare la differenza e colmare la carenza di arruolamenti volontari, i nuovi comandanti che provengono non più dai carabinieri, bensì dalla Milizia come il colonnello Enrico Bassani, reclutano uomini dalla fedina non immacolata.
Qualche ufficiale come il capitano Sangiorgio di Saluzzo continua a collaborare con la Gestapo, consegnando il prof. Ludovico Geymonat e Mario Goffi, catturati a Montelupo.
Geymonat, che possiede il tedesco, riesce a farsi liberare, il suo compagno finisce in un lager.
La maggior parte dei carabinieri non si trova a suo agio nella GNR.
Molti disertano, molti sono deportati per aver rifiutato il giuramento di fedeltà.
281 si uniscono ai partigiani, una quindicina cade in combattimento.
Finiscono soprattutto nelle formazioni autonome, perché in queste è possibile scegliere fra il combattere e, se un po’ avanti negli anni, restare con la propria famiglia, a disposizione per gestire l’ordine durante e dopo la liberazione.
Cosa che invece i GL non ammettevano.
Nella primavera del 1944 risultavano chiuse 74 stazioni su 91.
I militi in servizio erano appena 350.
Al momento dell’insurrezione si uniranno a quelli inseriti nelle formazioni partigiane.
A Bra, dove opera una divisione autonoma, sono addirittura 61 a presidiare strade, palazzi pubblici e fabbriche, mentre altrettanti vanno a ricostituire le stazioni in 14 piccoli comuni del circondario.
Ma a Bra si registra anche un episodio poco chiaro: quando il maresciallo Angelo Ballerini, che ha perso il figlio Danilo partigiano, con Pietro Chiodi si accinge a indagare sulla probabile delazione che ha perduto il personaggio intellettualmente e politicamente più rilevante della resistenza braidese, Leonardo Cocito, docente al liceo di Alba di Danilo e collega di Chiodi, viene collocato a riposo.
Sono i mesi in cui dovrebbe iniziare nei corpi dello Stato l’epurazione di chi ha collaborato con la Rsi o i tedeschi.
Cosa che non avverrà, se non in dosi omeopatiche.
Il problema dei francesi
Sempre il 17 aprile 1945:
«Il comando zona comunica: è probabile che forze francesi scendano in Italia con la fine del conflitto.
È necessario che le forze del C.V.L. prestino loro la stessa collaborazione che daranno alle truppe alleate.
Ricordate loro che italiani hanno invaso come nemici il suolo francese. Ricordate che i francesi lottano co un esercito regolare contro degli italiani (le forze repubblicane) e che perciò in un certo senso dobbiamo pagare l’ignominia della Monterosa e della Littorio.
Noi partigiani siamo riusciti con la nostra lotta a far sì che se truppe francesi scenderanno esse verranno come nostre amiche e non come nemiche.
Con ciò resta inteso che difenderemo se necessario quei diritti che la guerra partigiana ci ha guadagnato».
I partigiani della valle Maira erano stati protagonisti di diversi incontri con i maquisards dell’Ubaye.
In particolare il 31 maggio 1944 a Saretto (Acceglio) fu firmato un patto di collaborazione militare e fu proclamata la volontà di superare, sulla base di valori democratici, qualsiasi nazionalismo nella prospettiva di un’Europa federale.
Dante Livio Bianco, il comandante GL che stipulò l’intesa, aveva di fronte Max Juvénal, un socialista.
Nelle Langhe i garibaldini avevano accolto comunisti, fuggiaschi dal carcere di Fossano, partigiani francesi e jugoslavi, prevalentemente comunisti.
Lì si parlava di internazionalismo e la brigata, comandata dal croato Stipčević, si chiamava ISLAFRAN, italiani, slavi, francesi.
Gli uomini che il 15 aprile espugnano il fortino del Laussert, poi si fermano per il maltempo che consente ai fascisti della Divisione Littorio di trincerarsi a Vinadio, sono legionari agli ordini di ufficiali gollisti.
I tedeschi, attaccati dalla brigata “Rosselli”, il 27 aprile sgombrano Demonte dopo aver fatto saltare il ponte sul torrente Kant.
Libera la valle, salve le centrali elettriche, i partigiani entrano in Borgo San Dalmazzo nella notte sul 28.
I francesi della Legione Straniera arrivano a Vinadio tre ore dopo la partenza dei tedeschi, “accolti con segni di festa”.
Il 28, alle ore 19, le due compagnie di testa dei francesi scendono a Borgo, senza dover combattere.
Ogni centro della valle ha un comando partigiano e uno francese.
La convivenza è difficile, pur avendo impartito i massimi responsabili delle formazioni partigiane rigidi ordini di evitare qualsiasi diverbio.
Tuttavia, anche nei confronti della popolazione, si verificano prepotenze e soprusi da parte francese.
A Sambuco e Pietraporzio i francesi occupano locali delle scuole.
Il 9 maggio avvengono incidenti fra popolazione civile e legionari francesi per i prezzi dei viveri, le requisizioni e il cambio dei franchi.
I legionari malmenano alcuni borghesi, causando loro “lesioni facciali”.
Il 2 maggio, 7 francesi della 24 compagnia dei Chasseurs Alpins, al comando di un capitano e di un tenente, portano via una mitraglia tedesca in dotazione al distaccamento partigiano, spalleggiati da altre due pattuglie che circolano in Bersezio.
I partigiani ubbidiscono agli ordini (anche perché inferiori di numero).
Informano però il Comando americano di Argentera.
Il 19 giugno le truppe francesi, “convinte” dagli americani, rivalicano il colle della Maddalena.
Comunque, questa breve occupazione non lascia un buon ricordo, per lo spirito di rivalsa che animava le truppe golliste, i cui ufficiali non avevano dimenticato la “pugnalata alla schiena” del giugno 1940 e l’occupazione italiana dei dipartimenti ad est del Rodano tra l’11 novembre 1942 e l’8 settembre 1943.
Il trattato di Parigi del 1947 amputerà la provincia di Briga, Tenda e delle grandi centrali idroelettriche sul Roya.
Disciplina
Il 28 aprile il Comando unificato della valle Maira, firmato dal GL Alberto Bianco e dal garibaldino “Steve” (Stefano) Revelli, emana l’Ordine del giorno n. 1.
I partigiani vivono nella caserma degli alpini.
«1° Ogni partigiano deve osservare la più scrupolosa disciplina. Ogni infrazione sarà severamente punita.
2° Nessun partigiano può abbandonare gli accantonamenti se non per servizio o munito di regolare autorizzazione.
3° La libera uscita è fissata dalle ore 18 alle ore 22. Chiunque verrà sorpreso a circolare per il paese o nei dintorni senza regolare permesso dopo tale ora sarà severamente punito.
4° È severamente vietato circolare con automezzi, motociclette, carrette e cavalli militari senza autorizzazione scritta.
Si invitano i comandanti a provvedere sollecitamente a far tingere le divise grigioverdi e a unificare per quanto è possibile le divise dei volontari.
Si consiglia di voler provvedere tutti i volontari dipendenti di un cappello alpino o di **bustine grigioverdi».
L’ambizione di questi comandanti era che molti partigiani potessero entrare nell’esercito e nella polizia, sostituendo quanti avevano collaborato con la Rsi e i tedeschi.
Nulla di questo accadrà.
A giugno verranno smobilitati.
Consegneranno le armi agli alleati o ai carabinieri, ricevendo un premio di 5 mila lire (poco più di 2 mila euro odierni).
I più resteranno senza un lavoro, o perché campi e fabbriche sono devastati o perché pochi imprenditori sono disponibili ad assumerli.
Dove non c’è un direttore generale antifascista e aperto come il dottor Dario Morelli della Burgo, non resta che inventarsi un mestiere.

