Intervento prof. Livio Berardo, 8 settembre 1943: l’occupazione cominciò ben prima

Fra gli appunti conservati a casa Galimberti e forse serviti a Duccio per preparare il discorso del 26
luglio 1943 c’è una riflessione sul fatto che fin dai giorni dello sbarco alleato in Sicilia molte
divisioni tedesche avevano attraversato le Alpi e non tutte avevano proseguito in direzione del
fronte, molte avevano preso posizione in punti strategici della penisola. Nella nostra provincia gli
aeroporti militari di Levaldigi e della Grangia erano diventati base di due battaglioni della
Luftwaffe, con i rispettivi comandi e servizi (motoristi, contraerea ecc.) in rete con Caselle e
Airasca. Avevano il compito di andare a bombardare le navi alleate che preparavano altri sbarchi.
Ma nei 45 giorni del governo Badoglio i loro ufficiali avevano anche acquisito piena conoscenza
del territorio e della distribuzione delle truppe italiane. L’avanzata dei granatieri corazzati delle SS,
messi in moto all’annuncio dell’armistizio, avrebbe trovato un primo grosso ostacolo in Alba, città
difesa non tanto dalle duemila reclute della caserma Govone, quanto dai 400 fanti della Divisione
Forlì, dotati di cannoni con cui dal castello di Magliano tenevano sotto controllo la strada, e da un
reparto di Antiparacadutisti, una forza superiore a quella di cui disponevano gli uomini del
maggiore Peiper in arrivo la sera del 9 settembre con 20 fra carri armati e autoblinde. I tedeschi
minacciarono un bombardamento aereo con i Messerschmitt e gli Heinkel di stanza a Lagnasco e
Levaldigi. Il comando di piazza avrebbe ancora avuto una carta di riserva: far saltare i ponti sul
Tanaro. Vi rinunciò e consegnò tutti i soldati che furono disarmati e caricati sui carri bestiame per la
deportazione. Altrettanto fece il presidio di Bra, sede di una scuola di artiglieria. I cannoni furono
ritirati dal castello di Santa Vittoria: ufficialmente perché scarseggiavano le munizioni. Il motivo
reale è che fra gli ufficiali di grado superiore c’era chi parteggiava per gli invasori. Da Bra,
occupata l’11 settembre, le SS non puntano su Savigliano, bensì su Fossano. Il loro obiettivo è
mettere le mani su quel che resta del presidio, ma soprattutto sui partigiani francesi e iugoslavi
detenuti nel Santa Caterina assieme con una ventina di antifascisti italiani catturati in Provenza dalla
4 a armata, prigionieri politici che il pregiudizio e l’insipienza di Badoglio ha trattenuto dietro le
sbarre. Fortunatamente per conto loro hanno il 10 settembre organizzato un’evasione di massa (200
uomini), una ventina è stata ripresa, traditi dalla lingua gli stranieri, sette italiani sono invece vittime
dell’eccesso di zelo del maresciallo Pittalis e del comandante dei carabinieri di Bene Vagienna. A
loro volta le SS, radunati i carcerati, chiedono se qualcuno sa parlare tedesco, si fa avanti un
detenuto comune e al quesito se ci siano ancora dei prigionieri politici, per scaltrezza o
fraintendimento, risponde di no. I tedeschi lasciano Fossano e si precipitano verso Cuneo. Mirano a
ben altre prede: gli sbandati della 4 a armata e il migliaio di ebrei internati a Saint Martin Vésubie al
loro seguito.


Saluzzo e Savigliano saranno gli ultimi centri della provincia ad essere occupati, perché già
sufficientemente controllati dai due aeroporti vicini. Con il comando di Lagnasco il colonnello
Angelo Bernardi, alla guida del presidio di Saluzzo, raggiunse un accordo per mantenere «rapporti
di buon vicinato», poi «alle ore 11,30 del giorno 11 nella caserma Musso riferì al podestà Del
Carretto e a un Comitato cittadino, un’anticipazione del Cln, vista la presenza di tutti e cinque i
partiti antifascisti, che il capitano tedesco garantiva al Comando militare di Saluzzo la piena
disponibilità delle truppe per il mantenimento dei servizi di vigilanza e di ordine pubblico, «al fine
di evitare un inutile spargimento di sangue». La Musso ospitava il 44° reggimento di fanteria, ma
Bernardi era un ufficiale dell’aviazione. Nel giugno del 1940 comandava il 7° Stormo da
bombardamento distribuito fra i piccoli campi da volo prealpini che erano stati allestiti per l’attacco
alla Francia. Dopo quella breve, ingloriosa campagna, gli improvvisati aeroporti erano in stato di
abbandono, se si esclude la manutenzione della rete di cinta e il taglio dell’erba, affidato ai
contadini delle cascine circostanti. Così il 13 luglio 1943 Bernardi non si era posto troppi problemi
a consegnare chiavi e campo al capitano del II gruppo dello Jagdgeschwager 77. I due ufficiali si
conoscevano e si intesero verbalmente. Podestà e Cln per tranquillizzare la popolazione la mattina
del 12 affissero un manifesto. Nel tardo pomeriggio i tedeschi, SS e/o uomini della Luftwaffe,
entravano in città, facevano coprire i manifesti con il bando che Peiper aveva imposto al Comandomilitare di Cuneo (divieto di manifestazioni, coprifuoco, obbligo per gli operai di tornare al lavoro e
per i militari di consegna). Quindi arrestavano i fanti della Musso e gli alpini della caserma Vittorio
Veneto ancora presenti in città, li portavano alla stazione per caricarli sui carri bestiame. Altrettanto
avveniva a Savigliano, dove il personale più numeroso apparteneva all’Ospedale della 4 a armata e al
panificio militare. Sconcerta l’ingenuità dei comandanti dei presidi cittadini e la mancanza di
collegamenti fra di loro. Non aveva insegnato nulla quanto successo ad Alba il 10 settembre: verso
le ore 16 il colonello delle SS, dopo aver affermato che «Badoglio era passato al nemico,
dichiarando guerra alla Germania, e che pertanto veniva sospeso il congedamento e la truppa era
con gli ufficiali considerati prigionieri di guerra», aveva arrestato e caricato sui treni più di duemila
uomini. Nei blitz del 10-12 settembre l’inganno e la menzogna non furono inferiori alla violenza.
Per converso colonnelli, maggiori e capitani del Regio esercito, in assenza di ordini superiori, si
dimostrarono incapaci di reagire e di coordinarsi, quando non timorosi più di eventuali “disordini”
popolari che dell’invasione tedesca.