Questa testimonianza è stata rilasciata da Beppe Bernard il 21 giugno 2025 a Posterle Superiore in occasione del 80° anniversario della Liberazione, durante una camminata culturale organizzata dall’ANPI di Verzuolo in ricordo del combattimento in cui persero la vita due partigiani, uno dei quali era Sesto Fornaro, maresciallo.
Nel settembre del 1944 io, con mia madre, abitavo a Posterle Inferiore nella casa della nonna e degli zii. Eravamo lì in quanto mio padre si trovava in un campo di concentramento (Wiezendorf) in Germania, dove sarebbe rimasto per ben due anni, sicché mia madre non voleva stare in città con la mia sola compagnia. A Posterle ho frequentato la prima elementare e, a settembre del ‘44, avevo sei anni e quattro mesi e passavo il tempo con gli altri bambini della borgata (Lorenzino, Giacomo e Beatrice).
La mattina del 14 settembre del ‘44, con gli amici maschi succitati, stavamo giocando alla guerra tra le case della borgata. Ricordo che sparavamo all’impazzata, brandendo dei bastoni a mo’ di fucili e simulando i colpi con le nostre voci.
A metà mattina i nostri colpi sono stati sovrastati da colpi veri e proprii.
Era iniziata poco lontano una battaglia tra Partigiani e tedeschi.
I partigiani, provenienti da valle, erano attestati fra le due Posterle lungo la strada vecchia (mulatitera), dove potevano ripararsi in un avvallamento formato da un ruscelletto che oggi non c’è più e dietro i numerosi frassini che costeggiavano la mulatitera.
La strada nuova era troppo allo scoperto in quanto, a quel tempo, lungo la stessa non c’erano alberi, ma solo campi che venivano coltivati con meticolosa attenzione a non lasciar crescere alcun arbusto onde avere più spazio per la coltivazione di segale e patate, che costituivano l’unica fonte di sostentamento per i residenti.
I partigiani, che salivano verso Bellino, si scontrarono con i tedeschi che, invece, scendevano verso Casteldelfino. Questi ultimi erano giunti a Bellino proveniendo dalle valli PO e Maira. Lo scontro avvenne nella zona tra il confine tra i comuni di Casteldelfino e Bellino (cumbal la baro) e Posterle Inferiore. Le due formazioni un po’ avanzavano e un po’ arretravano, sempre rimanendo nella zona citata. Quanto avvenne a monte di Posterle Superiore non posso descriverlo non avendolo visto. Posso invece essere preciso per la zona tra le due Posterle in quanto, proprio per la mancanza di alberi, si capivano bene le mosse dei partigiani che dalla localita’ “cougne”, approfittando dell’avvallamento di un ruscello, sparavano verso la cappella dalla quale rispondevano i tedeschi. Ogni tanto, da dietro i muri spuntava una testa che subito si ritraeva. Si e’ anche visto qualche movimento sui tetti della chiesetta.
Intanto nella borgata si sentiva il sibilo delle pallottole che andavano a schiantarsi sul muro del forno, della casa Seymand e di casa mia. Alla fine dello scontro, sui muri di casa mia, che è la prima verso la cappella, abbiamo ritrovato i segni di molti colpi di fucile. Le ostilità sono durate fino all’ora di pranzo, anche se si era in forte ritardo perché la popolazione era in fermento e il mangiare era passato in seconda linea . C’era molta preoccupazione perché alcuni abitanti erano fuori borgata al pascolo con le mucche (tra questi mia zia Lena ) e forte era il timore che potessero essere colpiti. Ma tutti, uomini e bestie, ritornarono sani e salvi. In ogni caso, l’ ora del cessate il fuoco, può essere fissata tra l’ una e le due del pomeriggio. Ciò si spiega col fatto che gli abitanti, specie gli anziani , al mattino usavano leggere a voce alta l’ ora, che stabilivano seguendo l’ ombra che il tetto della cappella proiettava sulla parte del muro rivolto a valle . Si esprimevano sempre con lo stesso intercalare: “ore una all’ ora nuova, ore due all’ ora vecchia”
Dopo circa mezz’ora dalla fine della sparatoria, 2 partigiani si presentarono a casa mia chiedendo quanto segue: “sappiamo che avete 2 carretti e ve ne chiediamo uno in prestito per trasportare dei morti e dei feriti fino a Casteldelfino. “ La nonna glieli ha mostrati ed hanno scelto il più piccolo in quanto trainabile a mano , mentre il più grande richiedeva l’‘utilizzo del mulo, il che comportava tempi lunghi e loro avevano fretta di andarsene. Mezz’ ora più tardi si sono ripresentati con il carretto e un macabro carico. Hanno appoggiato le stanghe del carretto alla fontana che sta sulla strada. Due partigiani, feriti leggermente, si sono seduti sulle stanghe per controbilanciare il peso che gravava maggiormente sul retro del carro. Sul pianale giacevano supini due cadaveri con i vestiti insanguinati e sporchi di terra e con le gambe che, dal ginocchio in giù, pendevano verso terra.
Ci facevano impressione i pantaloni strappati e gli scarponi quasi rossi per il sangue ormai raggrumato. Ferite sui corpi dei cadaveri non ne vedevamo per due motivi: perché alla loro sinistra, schiacciato tra la sponda del carro e i due corpi, giaceva sul fianco destro un partigiano che nascondeva parte di un cadavere sul cui corpo erano posati uno zaino ed un fucile. Quest’ ultimo partigiano a noi bambini sembrava anche morto mentre, in realtà, era solo ferito, anche se gravemente.
Ancora oggi, dopo 80 anni, rivedo con precisione il colore di quei pantaloni, gli strappi, il sangue sugli scarponi di quelle due gambe, che penzolavano inerti dal carro e che sono rimaste alla nostra vista anche dopo la partenza del carro fino a quando è scomparso dopo la prima curva (ratori ).
Mentre ancora il carro sostava alla fontana, gli stessi due partigiani che l’avevano chiesto in prestito, si ripresentarono a casa nostra chiedendo qualcosa da mangiare e precisando che potevano “pagarlo”. In quel momento mia madre aveva appena finito di confezionare un pacco di generi alimentari e sigarette, che avrebbe spedito a mio padre, ancora prigioniero in Germania nel campo di concentramento di Wiezendorf.
Nel pacco c ‘erano più sigarette che cibo in quanto mio padre, nelle sue lettere, insisteva per averne, perché, diceva, con una sola sigaretta era in grado di procurarsi 3 patate oppure una pagnotta di pane anche se secco e duro. Alla richiesta dei partigiani mia madre, rivolta alla nonna, chiese un paio di forbici per tagliare il cordino del pacco, già legato e fissato con la ceralacca. Ma la nonna disse di aspettare un momento,usci’ dalla cucina e rientrò poco dopo con in mano una grossa “tuma” ,che avvolse in una grande foglia (fuias), e depositò sul tavolo, facendo cenno di aspettare ancora. Si recò nella stalla e ritornò con parecchie uova che portava nel grembiule (fudil ) e le depositò vicino alla tuma, che i due guardavano con bramosia . Il più giovane, senza proferir parola,prese un uovo, lo battè leggermente sul tavolo e lo cuccò voracemente.
Intanto qualcuno dei presenti aveva preso un vecchio giornale col quale sistemarono le uova rompendone anche due a causa della concitazione che regnava fin dal mattino in tutta a borgata .
Quei giovani partigiani avevano combattuto ma non avevano mangiato.
Nei loro zaini c’ erano solo cartucce e niente altro. Fecero nuovamente il gesto di metter mano al portafoglio, ma ormai avevano capito di essere fra amici e si limitarono a dire che avrebbero lasciato il carretto nei pressi della chiesa di Casteldelfino e uscirono dalla cucina ringraziando. Appena
fuori casa, una vicina che aveva origliato, attendeva con in mano un pane di segale, che ficcò nello zaino del piu’ giovane dei due. Arrivato alla fontana i due feriti che stavano seduti sulle stanghe si alzarono e,
afferratele, si avviarono verso Casteldelfino.
Noi bambini ed un gruppetto di donne li seguimmo con lo sguardo fino a che sparirono alla nostra vista.
Nei giorni seguenti si verificarono due fatti che voglio ricordare.
La mattina dopo noi bambini , pur se ancora in preda di violente emozioni , riprendemmo i soliti giochi. Ma c’ era una cosa che ci tormentava. Sapevamo che dopo lo sparo il bossolo della cartuccia cade a terra e conoscevamo con precisione dove i partigiani avevano sparato e lì ci recammo io e Lorenzino. Sulla strada vecchia trovammo infatti parecchi bossoli e delle cartucce inesplose. Giunti in borgata con il nostro “tesoro” iniziammo subito a giocare e , il maneggiare quelle cose, ci faceva i dei veri partigiani .
Ma le cose non andarono lisce per molto tempo, il padre di Lorenzino si avvide delle cartucce integre e, senza far parola, ci prese a calci in culo e requisì il nostro bottino.
Due giorni dopo, mio zio Lorenzo recuperò il carretto che era stato lasciato ai piedi del Campanile di Casteldelfino e, tornato a Posterle, lo parcheggiò vicino alla fontana dove alcune donne,fra cui mia madre, armate di scope, spazzole e sapone, lavarono il carro ancora tutto insanguinato.
Quanto sopra ho visto e sentito di persona ma voglio aggiungere quanto invece, nel tempo, ho sentito dagli adulti di Posterle Superiore : uno dei partigiani morti era stato colpito a monte di Posterle Superiore e , alla fine della sparatoria, il suo corpo era stato disteso su una scala di legno a mo’ di barella e alcuni abitanti della borgata avevano iniziato a portarlo a valle fino a che avevano incontrato i partigiani che risalivano col carretto e glielo consegnarono .Quanto ai tedeschi, mi riferirono che gli stessi requisirono un mulo alla famiglia di Estienne Margherita(Garito ) di Bellino e presero la strada che da Borgata Chiesa conduce al Colle della Bicocca e in Val Maira . Che ci fossero tra loro morti o feriti nessuno ha saputo dirmelo.



