Giuseppe Giovanni Caruso, nato in Calabria il 18 marzo 1922, ma residente a Verzuolo, corso Umberto 34, era sarto.
Sale in montagna all’inizio del 1944. A Venasca il 16 gennaio sfugge all’incursione dei reparti mobili della Luftwaffe dell’aeroporto di Lagnasco.
Fa parte della 181 a brigata Garibaldi, allora al comando di Mario Morbiducci con commissario politico Ermes Bazzanini.
Partecipa alle azioni di marzo che culminano negli scioperi al cotonificio Wild e alla cartiera Burgo (8-15 marzo).
È ucciso dai tedeschi il 5 aprile a Bellino. È l’ultimo dei 39 partigiani caduti nel grande rastrellamento, avviato dalle SS del colonnello Buch e dal Comando militare germanico di Cuneo per mezzo di compagnie dei battaglioni Est (formati cioè da soldati russi o delle minoranze catturati e costretti a combattere al comando di ufficiali tedeschi), provenienti dalle caserme di Borgo e San Rocco Castagnaretta e della Luftwaffe.
Compresa una ventina di fascisti, che conoscono la zona, sono quasi duemila uomini ben equipaggiati con mezzi blindati e artiglieria.
È la risposta agli scioperi che hanno impedito per una settimana la produzione e conseguente spedizione in Germania di tessuti, carta e nitrocellulosa, oltreché di prodotti agricoli.
I partigiani cercano di fermarli al ponte di val Curta, che però non salta.
Nello scontro cadono Volcherio Savorgnan d’Osoppo, di nobile famiglia pinerolese, e il bracciante di Falicetto Filippo Peirano.
Sono gli unici due partigiani uccisi in combattimento. Gli altri sono tutti trucidati.
Tredici ragazzi, arrivati dall’astigiano a Melle, non hanno ancora mai toccato un’arma. Presi nel vallone di Gilba, sono fucilati sullo stradone che da Melle porta a Frassino.
Dodici partigiani sono passati per le armi davanti al cimitero di Pontechianale, dopo essere stati costretti a scavarsi la fossa.
Qualcuno è ancora vivo, quando gli esecutori buttano l’ultima palata di terra sopra i corpi.
Tre sono catturati al colle dell’Agnello in compagnia di contrabbandieri. Scambiati per tali, sono portati a Paesana, dove identificati vengono messi al muro.
Come nel caso di Melle, alla base del riconoscimento c’è una delazione, quella di un ex maresciallo della GAF (Guardia alla frontiera), mentre gli astigiani sono stati traditi dal segretario comunale Silvio Ricchiardi, già volontario nelle Brigate nere durante la guerra di Etiopia.
È probabile che altrettanto sia accaduto a Caruso: Bellino era un comune poco ospitale per i partigiani garibaldini.
Non si sa per quale subornazione quei montanari attribuissero la colpa della morte dei “loro” alpini nella ritirata di Russia ai sovietici e dunque ai “rossi” in generale anziché alla irresponsabilità del duce che li aveva mandati a invadere un paese che non conoscevano senza armamenti e vestiario idonei.


