Partigiano TRUCCO FRANCESCO


TRUCCO FRANCESCO nato a Costigliole Saluzzo il 18 novembre 1924


resa dalla figlia CHIARA TRUCCO il 23 marzo 2023


  • Quando avete sentito raccontare per la prima volta dai vostri famigliari dell’esperienza partigiana, cosa avete provato?
Non ricordo con precisione quando mio padre ha iniziato a raccontare le vicende legate alla guerra partigiana. Il ricordo più lontano risale agli anni della scuola media, perché il mio insegnante di Lettere era stato partigiano insieme a mio padre. 
Questo insegnante, nel corso degli anni, ma in particolare durante la classe terza, parlava con grande passione di questo periodo storico, così come aveva approfondito la drammaticità del ventennio fascista. Questo insegnante aveva saputo creare in noi una grande curiosità dal punto di vista storico, ma aveva anche saputo emozionarci attraverso la letteratura: poesie, canzoni, diari, biografie…
Per questo si era creata in me una grande curiosità che mi spingeva a fare domande.
Le prime risposte erano piuttosto reticenti, credo fondamentalmente perché ero considerata troppo giovane per affrontare questa tematica.
  • Secondo voi ed in base a quello che vi è stato raccontato, che cosa ha spinto i giovani di allora a scegliere di diventare partigiani?
Mio padre era partito militare a luglio del 1943. 
L’8 settembre segnò la caduta del fascismo, fu firmato l’armistizio con gli anglo-americani e per l’Italia iniziò il periodo che fu definito “lo sbandamento".
I giovani che erano in caserma, dopo alcuni giorni, compresero che l’esercito non aveva più comando e fuggirono per ritornare a casa.
Rimanere a casa divenne quasi subito molto pericoloso, perché con la liberazione di Mussolini da parte dei Nazisti, si tentò la ricostruzione dell’esercito e si intimò ai giovani di presentarsi ai distretti militari. Chi rifiutava di farlo era considerato disertore e, qualora catturato, sarebbe stato inviato in Germania.
I giovani appena tornati a casa non erano più disposti ad indossare la divisa, perciò intraprendere la strada dei monti fu per loro la naturale conseguenza!
Secondo me la poesia di Calvino “Oltre il ponte“ esprime in alcuni versi i sentimenti dei giovani di allora:
Avevamo vent’anni e oltre il ponte
oltre il ponte ch’è in mano nemica
vedevam l’altra riva, la vita .
Tutto il bene del mondo oltre il ponte.
Tutto il male avevamo di fronte
tutto il bene avevamo nel cuore
A vent’anni la vita è oltre il ponte
oltre il fuoco comincia l’amore.

…conquistandoci l’armi in battaglia
scalzi e laceri eppure felici…

Vedevamo a portata di mano….
…l’avvenire di un giorno più umano
e più giusto più libero e lieto……
  • A cosa fu dovuta la loro spinta antifascista?
In molti giovani la spinta antifascista derivava dall’educazione familiare. Durante gli anni del fascismo era obbligatoria la tessera del fascio, strumento indispensabile per trovare o salvaguardare il lavoro. Mio nonno si era rifiutato di aderire al fascismo. Il suo posto di lavoro era tuttavia tutelato, perché essendo invalido (si era ferito gravemente in fabbrica), non correva troppi rischi di licenziamento. 
Mio padre, oltre all’educazione familiare, era entrato a contatto con idee antifasciste dei molti giovani antifascisti che lavoravano con lui alla Cartiera Burgo.
Molti aderivano al fascismo per comodità, scarsa convinzione, paura. Grazie a queste persone il fascismo si diffuse ed ampliò la sua rete.
Era più facile fare finta di nulla, fare finta di non vedere, ignorare ciò che accadeva intorno a sé: arresti degli antagonisti, degli intellettuali che venivano incarcerati perché esprimevano le proprie opinioni, fino ad arrivare alle leggi razziali e alla deportazione degli ebrei. Grazie a queste persone il fascismo trovò terreno fertile (anche giustificando le scelte del regime).
Condivido pienamente quanto scritto da una Dirigente Scolastica di Firenze a seguito delle aggressioni nazifasciste di alcuni giorni fa:
Il fascismo in Italia non è nato con le grandi adunate da migliaia di persone. È nato ai bordi di un marciapiede qualunque, con la vittima di un pestaggio per motivi politici che è stata lasciata a sé stessa da passanti indifferenti.
Ecco, i partigiani hanno scelto di non voltarsi dall’altra parte, di non ignorare questi pericolosi segnali.

  • I loro genitori seppero subito della loro scelta? La approvarono?
Posso dire senza ombra di dubbio che i genitori di mio padre approvarono convintamente la sua scelta.
  • Che rapporto avevano i partigiani con le persone che vivevano qui intorno?
All’inizio della guerra partigiana le popolazioni accolsero con diffidenza questi giovani che arrivavano dal fondovalle o dalle città. La montagna era un mondo chiuso, in cui gli eventi della storia giungevano attutiti.
Eppure i rapporti dei partigiani con le popolazioni delle valli furono fondamentali durante i 20 mesi di Resistenza. Nella fase iniziale gruppi di sbandati che si spacciavano per partigiani derubavano le popolazioni. Questi furono individuati e duramente puniti dai comandanti partigiani.
Con l’incalzare della guerra e l’aumento del numero di giovani che scelsero di salire sulle nostre montagne, il ruolo dei valligiani fu determinante. Mettevano a disposizione le loro baite, dividevano il cibo (poche patate), nonostante la miseria in cui vivevano, avvisavano i partigiani della presenza di estranei e soprattutto dell’avvio dei rastrellamenti.
Spesso molte donne fungevano da staffette.
Purtroppo talvolta queste popolazioni hanno pagato con la morte, con la distruzione, con gli incendi delle loro case oppure delle borgate la loro collaborazione.
  • C’è un episodio, tra quelli raccontati, che le è rimasto impresso?
Mio padre salì in montagna a 19 anni. 
Il suo nome era Campanello, un nome tintinnante come la sua risata, come la sua voglia di scherzare.
I suoi primi giorni da partigiano furono a Rore. Dopo il rastrellamento di marzo 1944 tornò a casa. Qui era molto pericoloso restare, perché si correva il rischio di essere deportati in Germania.
A maggio 1944, insieme ad un gruppo di giovani verzuolesi, salirono a S. Mauro di Brossasco, poi a Lemma, Valmala, cambiando spesso postazione per evitare di essere individuati. Vivevano nelle borgate disabitate, in luoghi nascosti e poco accessibili.
Nel dicembre 1944 tornò a casa, perché si era ammalato di polmonite. Un medico verzuolese, il dott. Bellezza, veniva a casa a curarlo.
A inizio 1945 conobbe un alpino fascista (Papa), della caserma di Costigliole, fidanzato di una sua amica.
Costui, consapevole delle sorti della guerra e della disfatta del fascismo che si stavano preparando, propose a mio padre di recuperare armi in caserma e consegnarle ai partigiani. Questo perché sperava che, con la sconfitta del fascismo, i partigiani avrebbero avuto per lui un occhio di riguardo.
Mio padre trasmise la proposta al suo comandante (Ernesto Casavecchia) e questi decise di accettare. Papa di tanto in tanto portava un fucile o una pistola, li consegnava a mio padre ed un compagno(Fulmine) i quali li nascondevano nella canonica di un sacerdote (Don De Maria) e nei giorni successivi salivano sulle colline di Verzuolo, dove i compagni che erano a Valmala scendevano a recuperarle. Questo scambio andò avanti per settimane.
Il 6 marzo 1945 il comandante Pavan, con gli alpini della divisione Monterosa, fece una retata a Valmala, dove uccise 9 partigiani.
Accanto al corpo di uno dei caduti, venne ritrovata la borsa con i documenti della brigata. Da uno di questi documenti si scoprì che un militare (Papa) forniva armi ai partigiani e che i suoi contatti erano Campanello e Fulmine.
Immediatamente i fascisti arrivano a Verzuolo per arrestarli. Mio padre in quel periodo era tornato a lavorare in Cartiera in quanto non era ancora guarito dalla polmonite.
Quel giorno, scendendo da Villa Burgo dove era andato a lavorare, fu catturato dal tenente Adami (il famigerato Pavan), dopo che Papa lo aveva denunciato come partigiano.
Dapprima lo portarono a Palazzo Drago, sede del municipio, dove fu interrogato e picchiato per cercare di ottenere informazioni. (“Campanello, hai smesso di suonare!" gli dissero e gli mostrarono le carte d’identità insanguinate dei compagni trucidati a Valmala).
Successivamente mio padre fu traferito all’incrocio tra Via Muletti e via S. Bernardo, perché speravano che lui indicasse la casa del suo compagno Fulmine.
Durante un attimo di allontanamento del tenente Adami, quando mio padre si rese conto che Papa era disarmato e che restava solo un soldato a sorvegliarlo, balzò nel torrente, poi nel bedale e fuggì, mentre i soldati gli sparavano alle spalle.
Mentre correva inseguito dai fascisti incontrò una donna che conosceva, si fece imprestare la bicicletta e fuggì verso S. Anna, dove buttò la bicicletta nel cortile di casa di mia mamma (allora non si conoscevano) e corse a nascondersi in Varaita.
Durante la notte il papà di mia mamma andò a vedere come stava e lo fece rifugiare nella stalla.
Il giorno successivo andò a chiamare il dott. Bellezza che venne a visitarlo, perché nella fuga mio padre si era lussato una caviglia.
Non potendo più camminare i suoi compagni vennero a caricarlo in bicicletta e lo nascosero nel campanile della chiesa di S Grato, dove suo zio faceva il sacrestano.
Lì rimase nascosto per alcuni giorni e, quando fu in grado di camminare, andò a Gilba, dove il fratello di Ernesto, Marino, aveva ricostituito il battaglione.
Fino al 25 aprile mio padre non tornò più a casa.
Nel frattempo i fascisti si recarono a casa dei miei nonni, per arrestarli, per costringere mio padre a consegnarsi (cosa che lui avrebbe fatto!).
Appena si diffuse la notizia della fuga di mio padre, i miei nonni furono avvisati che stavano per essere arrestati, perciò fuggirono e si nascosero dapprima in cartiera (mio nonno e mia zia) e poi a Saluzzo (mia nonna).
I militari, entrati in casa, per vendetta, rubarono e distrussero tutto quanto.
I miei nonni tornarono nella loro casa, vuota e distrutta, solo alla fine della guerra.
Pochi giorni prima della Liberazione mio padre partecipò, insieme ad altri partigiani, ad un’azione per liberare alcuni prigionieri politici (27) alla Castiglia, allora carcere di Saluzzo. La stessa notte liberarono anche un altro prigioniero ricoverato presso l’ospedale di Saluzzo.
Parecchi di questi prigionieri, chiusi da mesi nelle celle, non erano più in grado di camminare.
Alcuni di questi furono portati a spalle dai partigiani.
Mio padre ricordava con ansia quella notte, perché i prigionieri, con le loro divise a righe, erano visibili in lontananza alla luce della luna piena.
  • Amavano raccontarsi o hanno faticato, come anche i deportati, perché non si sono sentiti compresi?
Con il tempo mio padre divenne via via più disponibile a raccontare, forse perché via via  maturò l’orgoglio di aver contribuito con la loro “piccola storia” a  fare la “grande storia”, o almeno ad aver posto le premesse per la fine del fascismo e la nascita della Democrazia.
Nella famiglia di mio padre si “raccontava" molto del periodo in cui mio papà era in montagna oppure era stato costretto a nascondersi, perché tutta la famiglia era stata grandemente provata ed impoverita in conseguenza alle scelte di mio padre.
Eppure, SEMPRE, hanno condiviso la sua scelta e l’hanno rivendicata con fierezza nel periodo post-bellico. Nella mia famiglia il 25 aprile è sempre stato Festa Grande, Festa di Libertà! Mia zia, che viveva a Genova, non è mai mancata alla festa del 25 Aprile a Verzuolo, per partecipare alla fiaccolata e alle celebrazioni.
Da questa esperienza è nata la passione politica di mio padre e della sua famiglia, che portava a partecipare e seguire i dibattiti politici che allora si svolgevano in piazza, a seguire i mezzi di informazione che li trasmettevano dapprima alla radio e poi in TV oppure ad acquistare il quotidiano, nonostante le ristrettezza economiche.
Passione che io ho assorbito ed ereditato e che mi ha portata a scegliere di partecipare alla vita politica del nostro Comune.