BONETTO AUGUSTO nato a Verzuolo (CN) il 9 aprile 1924
Donata dalla figlia Anna agli studenti della classe terza della scuola secondaria di primo grado.
- Quando avete sentito raccontare per la prima volta dai vostri famigliari dell’esperienza partigiana, cosa avete provato?
Quando mio padre fece riferimento alla sua esperienza partigiana, io ero solo una ragazzina. Non mi ricordo in quale contesto e per quale motivo iniziò a parlarne.
Provai curiosità per fatti che assomigliavano a quelli dei libri di avventure che leggevo.
- Secondo voi in base a quello che vi è stato raccontato, che cosa ha spinto i giovani di allora a scegliere di diventare partigiani?
Allora la leva militare era obbligatoria, dal 2005 in Italia non lo è più. Molti giovani erano militari al momento dello sbandamento dell’esercito l’8 settembre 1943 e per non finire in mano tedesca e deportati in Germania nei campi di lavoro, scelsero di fuggire in montagna con le bande partigiane che si andavano rafforzando. La loro fu una scelta quasi obbligata, la consapevolezza della scelta antifascista , avvenne più tardi nel confronto con i membri ed i commissari politici delle brigate.
I nostri giovani, salvo poche eccezioni, arrivavano dalla campagna, non avevano accesso a mezzi di informazione, avevano una scolarizzazione di pochi anni delle elementari, chi aveva frequentato fino alla quinta poteva ritenersi fortunato.
- I loro genitori seppero subito della loro scelta? La approvavano?
I miei nonni seppero subito della sua scelta e la ritenevano in quella situazione politico/sociale l’unica strada percorribile.
Mio nonno poi era di fede socialista, aveva dovuto sottostare alle violenze delle camicie nere fasciste che lo avevano legato al pozzo e fatto bere l’olio di ricino di fronte a mia nonna. Lui non voleva prendere la tessera del Partito Fascista, indispensabile però per poter lavorare.
In famiglia c’era quindi avversione verso il fascismo.
- Quale era il nome di battaglia scelto dal vostro parente e per quale motivo lo avevano scelto?

Il suo nome di battaglia era il “biondo”, posso supporre perché era chiaro di capelli, infatti ho una sua foto da bambino con dei riccioli biondi.
- Finita la guerra amavano raccontare o evitavano di ricordare?
Evitavano di raccontare e ricordare, era preminente la voglia di andare avanti per un futuro migliore.
- C’è un episodio, tra quelli raccontati , che le rimase più impresso?
Mio padre a 19 anni era militare di leva presso L’AUTOCENTRO di ALESSANDRIA che aveva sede nella Cittadella, LA GRANDE FORTEZZA MILITARE.
Nei giorni dell’armistizio del 1943, nella Cittadella erano acquartierati vari reparti militari tra cui anche il secondo reggimento AUTOCENTRO. Mio padre faceva l’autista di camion.
Quando l’8 settembre l’armistizio venne annunciato pubblicamente, ci fu grande caos: l’esercito era allo sbando senza ordini.
I comandi militari erano fuggiti, come pure il re e il capo del governo Badoglio.
Mio padre, con altri soldati di leva, cercavano di capire cosa sarebbe successo e ascoltando brandelli di discorsi degli ufficiali si resero conto che i tedeschi avrebbero occupato l’Italia e catturato i soldati italiani considerati traditori.
Forse qualche sott’ufficiale consigliò loro di scappare.
Abbandonò le armi di ordinanza e la divisa militare e a piedi, percorrendo strade secondarie e nascondendosi in rifugi di fortuna, dopo tre giorni di cammino giunse a casa a Falicetto (frazione di Verzuolo).
Restò nascosto per alcuni giorni nei campi di granturco, dove mia nonna gli portava ogni tanto un po' di cibo, facendo ben attenzione a non essere vista. Il rischio di delazioni infatti era molto alto.
Finalmente riesce ad avere dei contatti con le brigate partigiane che operavano sulle nostre montagne e a lasciare così il suo insicuro nascondiglio.
Non ha mai raccontato come sia riuscito a collegarsi con le bande partigiane, né in quale delle nostre valli e con chi abbia operato.